Il
Calore del Colore.
Con una personale ed emotiva risoluzione di passaggi tonali e di delicate variazioni cromatiche Maria Rita Gravina ci presenta la sua commossa indagine della realtà e la sua suggestiva visione dello spazio.
Le architetture essenziali, le forme e le strutture poco definite e fluttuanti tra lo spazio pittorico della tela sono l'elaborato risultato di un particolare effetto dinamico che costruisce e dissolve l'oggetto rappresentandolo nella frammentazione delle sue parti.
In questa dissoluzione, in questa evanescenza pittorica alla cui base si evidenzia una concreta capacità compositiva e cromatica, l'artista coglie e reifica la mutevole complessità manifesta nel trascorrere del tempo e nelle
situazioni prodotte dalla luce che filtrando entro l'intero spazio, scandaglia e scava l'oggetto per creare nuovi "riflessi" di realtà.
Sfruttando il potere dinamico e costruttivo della luce e del colore steso con magistrali colpi dl spatola, questo percorso estetico scorpora, approfondisce e rilascia le energie nascoste e le memorie delle cose in una pittura vibrante che riduce al minimo la solida materialità e l'immutabilità delle forme e testimonia l'esistenziale transitorietà e precarietà del passaggio umano.
Barbara Angiolini
Oltre
la materia, verso la rivelazione.
Paesaggi,
nature morte, volti. Che cosa hanno in comune?
Che in arte, e in pittura, sono situazioni.
Nel senso che ci danno l'immagine che il pittore
si è fatto del mondo e non il mondo in
sè.
lo credo che Rita Gravina lo sappia ed abbia
rinunciato da tempo al grado zero dell'arte,
alla pretesa oggettività realistica.
Lo sa che le rovine medioevali di Ninfa appaiono
da diverse angolazioni, che hanno diversi colori,
secondo l'ora e la stagione: lo sa che delle
bottiglie su di un tavolo sono a volte inquietanti
oggetti che invadono lo spazio con la loro presenza,
e sa che i volti che noi vediamo in realtà
sono assunti nella nostra mente con il filtro
del nostro gusto, del nostro desiderio, con
la dolce dittatura dei nostri fantasmi che ci
governano senza parere.
E
così ecco - per fortuna! - Venezie non
oleografiche, dentro oli che restituiscono l'impressione
dell'animo e non il clic della macchina fotografica:
dove i tòpoi lagunari sono laterali e
quasi nascosti da dense muraglie che incombono,
occhi e bocche, case, esseri corposi e ponderosi,
in antagonismo con la Venezia leggera e perennemente
serena della domenica in gita.
Quello di Rita è un ritorno ad alcuni
classici, ormai ce lo possiamo dire che fine
Ottocento è una parte di classicità
in pittura, con quel tal Cézanne a ridurre
i piani a figure geometriche e a studiarne l'essenzialità
scheletrica, a cercare i movimenti del mondo.
Di lì inizia l'avventura del cubismo.
quella di Delaunnay, de Vlaminck, Dufy, di quanti
partecipano della svolta epistemologica di primo
Novecento: non esiste più un luogo centrale,
gli spazi sono frutto della nostra osservazione
e non di una realtà oggettiva afferrata
una volta per tutte.
E così la Ninfa di Rita è un riflesso
dell'acqua, sembra nascere dai cristalli della
terra e ne reca ancora il segno geometrico,
le sfaccettature adamantine: la natura ha una
base spaziale creata dagli oggetti e non viceversa,
come accade anche per gli Alberi del '97, masse
quasi muscolari che non occupano lo spazio,
ma Quasi ne dettano i movimenti, lo curvano,
come la scienza nuova di Einstein e dei Quanta
andava teorizzando agli inizi del secolo.
Le nature morte, le bottiglie della pittrice
sono echi di questa riflessione sull'arte che
ormai è antica, e ha trovato maestri
classici e insieme moderni in Morandi e Bonnard.
Sono
echi non nello stile, ma nella posizione assunta
dall'artista: si cerca dentro le cose, per sondarne
il mistero, come se esse fossero depositarie
di una energia che ha incastonato al loro interno
ricordi e sentimenti.
I
suoi vetri, bottiglie e bicchieri, partecipano
della luce del mondo, la lasciano passare e
nello stesso tempo la riflettono amplificandola:
i loro contorni invadono lo spazio asimmetricamente,
ponendosi come presenze vive in un luogo che
non è più passiva materia, ma
energia cromatica, persistenza di eventi passati
e presenti.
Dietro
la sua pittura c'è una inquieta domanda
sul mondo e sulla sua essenza, come si vede
anche dai suoi ritratti che sono segni che parlano
di segreti, di rovelli e, infine, di un solo
enigma rappresentato dall'esserci.
Una
domanda cerca risposte nei segni che va indagando
e che va tracciando sulla tela e sulla carta,
e che ha in sè, intanto, una risposta,
parzialissima, d'accordo: le cose sono apparizioni,
e non solo materia compatta schierata dall'altra
parte dell'occhio.
L'accettazione
della vita sta anche in questo vedere il mondo
come apparizione, come partecipazione alla costruzione
del nostro discorso, dei nostri sogni, insomma
come rappresentazione, seguendo i consigli del
buon Schopenhauer, che se ne intendeva.
La
pittura in Rita mantiene questa capacità
di fare i conti con la rappresentazione del
mondo, ma conserva anche il coraggio di testimoniare
l'estrema labilità di Questo contatto
che, deformando le cose, cerca di carpirne i
segreti più reconditi.
Marco
Testi
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